Meditare per Conoscere Se Stessi: Osservazione Attiva e Passiva


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Il viaggio verso la conoscenza di sé è un sentiero dalle mille forme. Non esiste una sola strada: ognuno la percorre a modo suo, influenzato dall’ambiente in cui vive, dalla cultura, dagli insegnamenti e dai modelli che la società gli offre.

In Occidente, il lavoro su di sé è spesso associato alla “psicologia”. L’attenzione si concentra sull’inconscio, su quei movimenti interiori che plasmano le nostre azioni, le emozioni e il modo in cui viviamo le esperienze. È un cammino che guarda dentro, ma sempre con la lente della mente.

In Oriente, invece, la via verso la conoscenza interiore viene tradizionalmente identificata nella meditazione. Ma nel tempo anche questa pratica è stata fraintesa. Spesso la si riduce a una tecnica per “stare meglio”, calmare la mente o raggiungere stati particolari. Eppure, la meditazione autentica non nasce per ottenere qualcosa, ma per lasciar andare.

“Conosci te stesso” o “comprendi te stesso”?

Se ci pensiamo bene, la frase che riecheggia in tanti insegnamenti antichi è: “Conosci te stesso”. Non “comprendi te stesso”.

A prima vista, potrebbe sembrare una sfumatura linguistica, ma non lo è.

Conoscere e comprendere non sono la stessa cosa. La conoscenza di sé è il primo passo: è un’osservazione, un atto di consapevolezza che nasce nell’esperienza concreta della vita quotidiana.

La comprensione di sé, invece, appartiene a un livello più alto: non è l’Io che comprende, ma la coscienza, il Sé, quella parte di noi che osserva senza giudizio e che va oltre la personalità.

Ecco perché l’invito non è “comprendi te stesso”, ma “conosci te stesso”. Finché siamo “incarnati”, immersi nel mondo materiale, il nostro compito è imparare a conoscerci: osservare i nostri pensieri, le emozioni, i comportamenti, senza identificarci con essi. La comprensione arriverà dopo, come conseguenza naturale di una conoscenza sincera.

Il fraintendimento della meditazione

Negli anni, anche la meditazione è stata interpretata in modi molto diversi dal suo senso originario.

Molti la vivono come un tentativo di staccarsi da sé stessi, di “uscire” dai propri pensieri per osservare da un punto più alto. Ma in realtà, chi medita non è il Sé superiore — è sempre l’Io incarnato che tenta di conoscersi.

Inoltre non va confusa  con la concentrazione, che è una facoltà psichica e che può essere pericolosa se non accompagnata dalla conoscenza di sé, perché può essere usata per nuocere o giovare indipendentemente dal desiderio di chi la possiede

Il problema, infatti, nasce quando la meditazione diventa un mezzo per ottenere qualcosa: pace, potere, illuminazione, equilibrio. Ogni volta che c’è un obiettivo personale, si cade in una trappola sottile: quella dell’ego spirituale. La vera meditazione, invece, non mira al risultato. È pura osservazione, un lasciar accadere.

Neppure l’approccio occidentale, basato sull’analisi psicologica, è del tutto esente da questo rischio. Quando cerchiamo di “capirci” attraverso la mente, chi è che osserva? Sempre l’Io. Analizziamo i nostri comportamenti, colleghiamo cause ed effetti, cerchiamo risposte. Ma spesso lo facciamo per ridurre la sofferenza o risolvere un conflitto. È un movimento legittimo, ma ancora centrato sull’ego.

la vera meditazione: Usare l’Io come osservatore

Allora, qual è la via giusta? Non si tratta di eliminare l’Io, ma di trasformarlo in uno strumento di osservazione.

Osservarsi non significa giudicarsi o analizzarsi: significa guardare ciò che accade dentro di noi senza filtri, senza etichette, senza la necessità di trovare subito un senso. È questo lo stato che permette al Sé, la nostra coscienza più profonda, di ricevere informazioni chiare, limpide, autentiche.

Quando riusciamo a guardare noi stessi con questo distacco amorevole, senza lasciarci travolgere da emozioni o pensieri, ciò che vive dentro di noi si armonizza. Le esperienze, anche quelle più difficili, si trasformano in piccoli frammenti di comprensione.

E passo dopo passo, granello dopo granello, la conoscenza di sé si trasforma in vera consapevolezza.

Quindi, il vero obiettivo della meditazione è procedere nella conoscenza di se stessi e questo significa essenzialmente “frugare” costantemente nelle molte stratificazioni della tua coscienza.

Cosa significa esattamente “Conoscere Se Stessi”?

  1. Smascherare l’Egoismo e l’Io: Conoscere te stesso è il modo per raggiungere la liberazione. Implica conoscere sino a che punto l’egoismo ti spinga ad agire e comprendere e superare i tuoi vizi, le tue passioni. Se non sei consapevole del tuo egoismo, non sai niente di te stesso. Quando l’individuo si rende conto che il suo dolore o le sue delusioni provengono da un’azione compiuta senza comprendere, è mosso ad analizzare le cause e a non ripeterla, risparmiandosi così molte esperienze dolorose. L’io, con il suo desiderio di espansione e possesso, è la radice di ogni sofferenza.
  2. Rendersi Consapevoli, Non solo Sapere: La chiave non è il semplice “sapere” o “conoscere” a livello intellettuale, ma l’essere consapevoli. C’è una grande differenza tra conoscere e comprendere. Tu puoi sapere di essere egoista, ma non esserne consapevole. Se sei consapevole, capisci fino a che punto l’egoismo ti spinge ad agire e quali delle tue azioni sono mosse dall’egoismo.
  3. Costante Consapevolezza (Meditazione Continua): Il processo di conoscenza di sé è un’introspezione continua. Claudio incoraggia a compiere un’introspezione continua per liberare l’essere da ogni falsità. Questo significa rendersi costantemente consapevoli di tutti quei processi sottili che avvengono nell’intimo tuo, ad esempio, rendersi consapevoli di tutto ciò che ti spinge ad agire e a parlare. La liberazione e la comprensione non arriveranno con uno sforzo forzato o con il “divenire” ciò che non si è, ma spontaneamente, attraverso la costante consapevolezza.
  4. Trovare l’Ordine e la Pace Interiore: L’autoconoscenza è fondamentale perché stabilisce nell’individuo la pace, ovvero il silenzio, senza il quale non si raggiunge mai la Realtà. Se l’individuo non si conosce, vive in una continua ricerca di soddisfazione e sperimenta confusione e lotta. Raggiungendo un intimo equilibrio e pace interiore si può attingere alla vera vita.

L’Osservazione Passiva: La Via Principale

La meditazione è il cammino verso la conoscenza di sé e lo strumento privilegiato per praticarlo è l’osservazione passiva.

Cos’è l’osservazione passiva? L’osservazione passiva consiste nell’osservare le proprie azioni, emozioni, desideri, pensieri, la propria comprensione e la propria coscienza mentre agiscono, senza interagire o lasciarsi influenzare dall’Io.

Il vero Osservatore Reale, cioè L’entità che compie l’osservazione passiva non è l’Io, bensì il corpo akasico (o coscienza).

Per approfondire il concetto di corpo “akasico” e “Io” ti invito a leggere l’articolo I Sette Corpi dell’Uomo e L’Emanazione Cosmica

L’obiettivo primario dell’osservazione passiva è:

  • Fornire dati alla coscienza: Ha l’unico scopo di fornire al corpo della coscienza i risultati dell’esperienza compiuta nel modo più velocee inalterato possibile.
  • Eliminare le interferenze dell’Io: Rende i canali che la vibrazione di ritorno attraversa privi di disturbi, facilitandone il fluire verso il corpo della coscienza.
  • Comprendere sé stessi: Permette di osservare come ci si comporta e si reagisce, scoprendo sia ciò che l’Io cerca di nascondere o modificare, sia la spinta reale proveniente dal proprio carattere.
  • Stato di staticità: L’osservazione passiva è descritta come una condizione di staticità (priva di disturbi vibratori), un “restare immobili all’interno del proprio movimento”.

Il concetto di osservazione passiva è spesso difficile da comprendere, specialmente per la tradizione del pensiero occidentale.

Infatti, nel momento stesso in cui si cerca consapevolmente di attuare l’osservazione passiva, questa diventa osservazione attiva e viene resa disponibile per l’interferenza dell’Io.

Inoltre, anche se sorge immediatamente il giudizio (ad esempio: “ho sbagliato a fare X”), l’importante è osservare anche quel giudizio, poiché è un elemento di conoscenza.

Come si facilita l’osservazione passiva? Per facilitare il raggiungimento di questo stato interiore costante, è necessario coltivare la predisposizione (o abitudine) a osservare sé stessi (attenzione attiva). Questa attenzione costante abitua l’Io a essere osservato, finché non ignora questo regime interiore, permettendo all’osservazione attiva di trasformarsi in passiva.

Si tratta di porre attenzione alle proprie emozioni e reazioni, non per modificarle o moderarle (operazioni tipiche dell’Io), ma per aiutare il corpo akasico a raccogliere il maggior numero di elementi utili per l’elaborazione e la comprensione.

Un esempio di osservazione attiva e passiva

Per meglio comprendere la distinzione tra osservazione passiva (pratica raccomandata) e attiva (che coinvolge l’Io)  descriverò  un  esempio basato su un evento comune che scatena una reazione emotiva e fisica (come l’aggressione verbale o fisica).

Immagina di ricevere una critica tagliente o un insulto (l’evento scatenante).

Osservazione Attiva (L’atto consapevole fatto dall’Io)

Quando si tenta di applicare consapevolmente l’osservazione interiore, si sta in realtà compiendo un’Osservazione Attiva. Questa è la fase in cui l’Io (la parte illusoria che cerca di mantenere lo status quo e di essere il centro della realtà) è ancora coinvolto, ma sta imparando ad abituarsi a essere osservato.

Fase

Processo Interiore (Osservazione Attiva)

Caratteristica

Reazione iniziale + Giudizio

Si percepisce la rabbia (emozione) e la tensione fisica. Immediatamente, l’individuo pensa: “Non dovrei essere così arrabbiato/aggressivo” o “Ho sbagliato a reagire così. Devo nascondere questa reazione“.

L’Io scatta subito nel giudizio (“ho sbagliato”) o nella modifica del comportamento.

Tentativo di modifica

L’individuo, usando la volontà e il pensiero (corpo mentale), cerca di analizzare e “aggiustare” la reazione in base ai propri schemi mentali o sociali (archetipi transitori). Ad esempio: Cerco di nascondere la rabbia e rispondo con calma forzata, riflettendo se la critica ricevuta sia “giusta” o “sbagliata”.

Se si cerca consapevolmente di attuare l’osservazione, essa diventa attiva ed è disponibile all’interferenza dell’Io.

Risultato (parziale)

Questo processo di rimuginio e riflessione (ri-elaborazione mentale) può confondere le idee e non porta alla vera comprensione, ma aiuta a porsi un po’ di attenzione.

L’osservazione attiva aiuta a stabilire l’abitudine a osservare sé stessi, predisponendo l’Io a un regime interiore che finirà per ignorare.

 

Osservazione Passiva (Lo stato di consapevolezza del Corpo Akasico)

L’Osservazione Passiva è l’unico modo in cui la pratica può essere veramente messa in atto in modo puro, ed è compiuta automaticamente dal Corpo Akasico/Coscienza. L’individuo incarnato, quando entra in questo stato, agisce come una “telecamera puntata nel nostro interiore mentre stiamo agendo”.

Fase

Processo Interiore (Osservazione Passiva)

Caratteristica

Reazione (Fisica, Astrale, Mentale)

La critica provoca tensione fisica (corpo fisico), ira o frustrazione (corpo astrale) e pensieri immediati di difesa/attacco (corpo mentale). Si lascia che questi elementi agiscano, senza interagire.

L’osservazione passiva consiste nel lasciare che le proprie azioni, emozioni, pensieri, desideri e carattere muovano le azioni, senza l’interferenza dell’Io.

L’Atto di Osservare

L’osservazione è un prendere atto della situazione. Il corpo akasico (la coscienza) resta una parte inerte che guarda la reazione emotiva e mentale in atto, osservando il “sommovimento”.

L’Osservazione Passiva è una condizione di staticità (priva di disturbi vibratori) e ha il solo scopo di fornire i risultati dell’esperienza al corpo della coscienza nel modo più veloce e inalterato possibile.

Nessun Giudizio

Se il giudizio sorge (es. “ho sbagliato a dare un cazzotto”), si osserva anche quel giudizio, poiché anch’esso è un elemento di conoscenza. Non si cerca di modificare o frenare la reazione.

È un “restare immobili all’interno del proprio movimento”. Chi osserva non è l’Io, ma il corpo akasico, la vera coscienza.

Risultato (finale)

Attraverso l’osservazione passiva, il corpo akasico raccoglie dati puri sull’esperienza vissuta e sulla spinta reale proveniente dal carattere, anziché dalla modulazione dell’Io. Questi dati vengono elaborati per costruire la comprensione.

L’osservazione passiva rende i canali privi di disturbi, facilitando il fluire delle vibrazioni di ritorno verso il corpo della coscienza.

In sintesi, l’Osservazione Attiva è lo sforzo cosciente che si fa per auto-osservarsi (spesso con l’intento di giudicare o migliorare), mentre l’Osservazione Passiva è lo stato in cui la Coscienza (corpo akasico) raccoglie i dati in modo neutro e non mediato, senza che l’Io intervenga per manipolare o interpretare l’azione.

Potrebbe venire spontaneo chiedersi a questo punto come l’Osservazione Passiva possa portare ad un’evoluzione se non interrompe un atto errato (dare un cazzotto)? Tale perplessità è naturale, poiché la prassi comune ci insegna che l’evoluzione morale passa per la correzione attiva dell’errore.

Tuttavia l’Osservazione Passiva non è uno strumento per il controllo del comportamento immediato, bensì un meccanismo fondamentale e a lungo termine per l’Evoluzione della Coscienza (Corpo Akasico).

La risposta si articola su due livelli:

  1. L’Osservazione non impedisce l’azione (il “cazzotto”) ma la rende utile.
  2. L’Evoluzione non è la soppressione dell’errore, ma la Comprensione che risolve la necessità dell’errore.

Approfondiamo di seguito questi due livelli

L’Osservazione Passiva e l’Utilità dell’Esperienza

La chiave è che l’evoluzione della coscienza si ottiene solo attraverso l’esperienza e la successiva comprensione, e l’Osservazione Passiva garantisce che i dati dell’esperienza raggiungano l’organo corretto (il corpo akasico) in modo non distorto.

La Reazione è quindi importante anche se è considerata “Sbagliata” in quanto se si verifica un’azione aggressiva (come “dare un cazzotto”), si verifica una reazione che coinvolge il corpo fisico, astrale (emozioni/desideri) e mentale (pensieri).

  • Non  intervenire per bloccare la reazione : Non si deve cercare di modificare o frenare la reazione. Non è necessario sviscerare le proprie emozioni, ma basta porre loro un po’ di attenzione. Se lei cercasse consapevolmente di non dare il cazzotto, userebbe il suo Io per mascherare la reazione, senza risolverne la radice.
  • La reazione è l’oggetto dell’osservazione: La reazione (il cazzotto, la rabbia, il giudizio) è necessaria, altrimenti non ci sarebbe nulla da osservare. L’Osservazione Passiva consiste nel prendere atto della situazione e osservare la propria reazione.
  • Osservare il Movimento, restando immobili: L’Osservazione Passiva è un “restare immobili all’interno del proprio movimento”. L’individuo reagisce sempre e comunque con le sue parti, ma la parte inerte (la Coscienza/Akasico) osserva come le altre parti reagiscono.

L’osservatore nella pratica passiva non è il suo Io, ma il suo Corpo Akasico (o Coscienza).

  • Ricevere Dati Inalterati: L’unico scopo dell’Osservazione Passiva è fornire al corpo della coscienza i risultati dell’esperienza compiuta nel modo più veloce e inalterato possibile. Rende i canali che la vibrazione di ritorno attraversa privi di disturbi, facilitando il fluire verso la coscienza.
  • Scopre la Spinta Reale: Osservare passivamente permette di comprendere cosa ha mosso il comportamento e cosa c’era alla base (la spinta reale proveniente dal carattere), scoprendo ciò che l’Io (la parte illusoria che tende a nascondere o modificare) cerca di coprire.

Se lei compie l’azione aggressiva (il cazzotto), il suo Io potrebbe subito giudicare: “Ho sbagliato a dargli un cazzotto”. L’importante è osservare anche quel giudizio, perché anch’esso è un elemento di conoscenza.

L’Evoluzione come Risoluzione della Non-Comprensione (Karma)

Il processo evolutivo è un ciclo in cui il Corpo Akasico (che contiene le non-comprensioni) invia richieste di esperienza per acquisire dati. Quando i dati tornano (attraverso l’esperienza), vengono convertiti in comprensione e la coscienza si amplia.

L’azione “sbagliata” (il cazzotto) è strettamente legata a due concetti fondamentali: il Karma e l’Io.

Il ruolo del Karma  è la necessità di sperimentare. Il karma è uno strumento evolutivo che ha l’unico scopo di aiutare l’individuo ad ampliare la propria comprensione e la propria evoluzione.

  • L’origine del danno: Le azioni dannose (come l’aggressione) sono compiute o subite a causa dell’incomprensione.
  • Il Circolo Karmico (Causa-Effetto): L’azione (il cazzotto) smuove le energie e dà il via a una sequenza karmica. Il gesto violento, infatti, genera vibrazioni che si propagano e ritornano sull’individuo che ha dato il via al processo. L’osservazione di questi effetti (le reazioni degli altri, la sofferenza) aiuterà l’individuo a comprendere che “togliere la vita a un’altra creatura non è in armonia con i dettami della Vibrazione Prima”.
  • Karma Istantaneo: L’azione e la reazione fanno parte di un karma immediato o istantaneo che accompagna l’esistenza. Per risolverlo, basta quasi sempre la sua osservazione degli effetti che, con le sue azioni, ha provocato su sé stesso o sugli altri.

Quindi, l’evoluzione non avviene interrompendo l’azione “sbagliata” (il cazzotto), ma osservandola per permettere alla coscienza di raccogliere i dati completi del ciclo causa-effetto che ne deriva, trasformando l’incomprensione in comprensione.

Il ruolo dell’Io  è invece quello di fare da specchio delle non-comprensioni. Se si è spinti a dare un cazzotto, ciò riflette una non-comprensione a livello della coscienza.

  • L’Io è lo specchio: L’Io è una proiezione sul piano fisico di ciò che il corpo akasico non ha compreso. L’Io è l’illusorio guerriero sul campo di battaglia, indispensabile per l’evoluzione.
  • L’Io e la Sofferenza: La frustrazione o la sofferenza (che possono portare all’aggressività) sono gli stimoli che l’Io fornisce per incanalare l’individuo lungo le tappe successive dell’evoluzione. L’Io si ribella alla frustrazione, e osservare questo dispiega “quali siano le cose che non ha ancora compreso”.

Concludendo, l’Osservazione Passiva le chiede di permettere al  carattere e all’Io di agire (dando il cazzotto o meno), ma garantisce che la vera essenza (il Corpo Akasico) non si perda in giudizi o tentativi di correzione immediata da parte dell’Io, ma raccolga invece il dato puro, essenziale e non filtrato. Questo dato, assieme agli effetti karmici immediati e successivi, è l’unico modo per iscrivere la comprensione nella coscienza, modificando il suo sentire e, di conseguenza, eliminando in futuro la spinta a compiere quell’azione.

I benefici della Conoscenza di Se Stessi

Il cammino della conoscenza di sé, supportato dalla meditazione intesa come consapevolezza continua, produce risultati concreti:

  • Cessazione dei Sogni: Se cerchi e studi te stesso e giungi alla conoscenza di te stesso, quello che chiami subcosciente (l’ego) non avrà bisogno del sonno per manifestare i suoi processi, ma questi verranno alla superficie durante le ore di veglia. Di conseguenza, cesseranno i sogni (spesso drammi, incubi o timori) che sono una conseguenza dell’affiorare delle remote stratificazioni della coscienza.
  • Liberazione e Realtà: La conoscenza di sé conduce alla liberazione dal mondo irreale. Ti permette di trasformare il tuo essere, perché ogni pensiero non sarà più una ripetizione di teorie, ma un parto che esprime la tua verità. Vedrai che la meta dell’esistenza non è lontana, e ti renderai consapevole che l’esistenza è un’immensa benedizione.
  • Superamento del Dolore: La conoscenza di sé è l’unico mezzo per superare le cause della propria sofferenza. L’individuo soffre perché ha agito senza comprensione. Il dolore è un correttivo naturale di ciò che non si comprende. Conoscendo le cause profonde del dolore, lo si comprende e lo si supera.

In sintesi, la conoscenza di sé, in questo contesto, è un processo di continua auto-analisi, non per acquisire nuove nozioni, ma per smantellare l’illusione dell’io e della separatività, portando l’individuo a un ordine e una spontaneità interiore che lo collegano alla Realtà. L’unico metodo valido per “essere” è il conoscere se stessi, agendo senza fare le cose d’istinto.

Riferimenti

Il contenuto di questo articolo è basato sullo studio degli insegnamenti del Cerchio Firenze 77 e del Cerchio Ifior, che hanno offerto il fondamento per l’elaborazione delle idee qui presentate.


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