Leggere romanzi ti rende davvero più empatico? Una revisione sistematica con meta-analisi pubblicata nel 2026 ha raccolto 25 anni di ricerche e risponde così: sì, ma poco, e soprattutto a certe condizioni. Chi legge narrativa capisce un po’ meglio cosa pensano e provano gli altri, in particolare quando si immerge nella storia e si mette nei panni dei personaggi. In questo articolo vediamo lo studio passo per passo: come è stato fatto, quanto conta davvero leggere romanzi, quando funziona e come puoi leggere da oggi per allenare l’empatia.
- Lo studio: 25 anni di ricerche su romanzi ed empatia
- I risultati: quanto conta leggere romanzi
- Il caso Kidd e Castano: basta leggere romanzi per pochi minuti?
- Quando leggere romanzi allena davvero l'empatia
- Cosa succede nel cervello quando leggi
- Il lato meno luminoso dell'empatia
- I limiti da conoscere
- Cosa puoi fare da oggi per leggere romanzi in modo diverso
- Riepilogo
- Domande frequenti
- Riferimenti
- Conclusioni
In breve: mettendo insieme 12 studi, leggere narrativa si associa a un vantaggio piccolo ma affidabile nei test di empatia, con un effetto medio di 0,23. Il beneficio più chiaro riguarda la capacità di capire pensieri e intenzioni degli altri. Tuttavia una sola lettura veloce, senza coinvolgimento, di solito cambia poco o nulla. Gli effetti compaiono soprattutto quando il libro è complesso, il lettore si immedesima e poi ci ripensa.
Lo studio: 25 anni di ricerche su romanzi ed empatia
La ricerca è firmata da Chang ed è uscita nel 2026 sulla rivista scientifica Frontiers in Psychology. È una revisione sistematica con meta-analisi. In pratica l’autore non ha fatto un nuovo esperimento: ha cercato tutti gli studi già pubblicati su un tema, li ha selezionati con criteri precisi e poi ha unito i loro numeri per ottenere una stima complessiva.
Ecco come è stata costruita:
- Dove ha cercato: in cinque grandi archivi scientifici di psicologia, educazione e medicina (PubMed, Scopus, Web of Science, PsycINFO ed ERIC).
- Quali anni: gli studi pubblicati dal 2000 all’inizio del 2025.
- Quali studi ha incluso: ricerche che misuravano con i numeri il legame tra lettura di storie ed empatia, capacità di mettersi nei panni degli altri o comportamenti di aiuto.
- Quanti studi: 21 nella revisione. Di questi, 12 avevano dati sufficienti per entrare nel calcolo statistico, con 14 risultati in tutto.
- Che tipo di studi: esperimenti in cui alcune persone leggevano un racconto e altre no, studi che confrontavano le abitudini di lettura con i punteggi di empatia, e studi con la risonanza magnetica del cervello.
- Chi partecipava: soprattutto studenti universitari e adulti, in qualche caso adolescenti e bambini, quasi tutti in Nord America ed Europa. Tra gli studi c’è anche una ricerca italiana del 2016 su circa 200 persone.
Cosa vuol dire leggere romanzi “letterari”
Lo studio distingue due tipi di lettura. La prima è la narrativa letteraria: romanzi e racconti con personaggi complessi, motivazioni ambigue e una vita interiore che si svela poco alla volta. Il lettore deve fare uno sforzo per capire cosa pensano e perché agiscono così, perché il testo non dice tutto.
La seconda è la lettura prosociale: storie scritte apposta per mostrare un comportamento morale, come l’altruismo o l’aiuto, per esempio i libri per bambini con una morale. Qui si pensa che il meccanismo sia diverso: il lettore imparerebbe soprattutto imitando il buon esempio. Nella maggior parte degli studi, infine, il confronto era con chi non leggeva, leggeva saggistica oppure narrativa di puro intrattenimento.
Due modi di capire gli altri
Anche l’empatia, in psicologia, non è una cosa sola. Gli studi ne misurano soprattutto due aspetti:
- L’empatia cognitiva, cioè capire cosa pensa, cosa vuole e cosa prova un’altra persona. È legata alla teoria della mente, la capacità di attribuire agli altri pensieri e intenzioni diversi dai nostri.
- L’empatia emotiva, cioè sentire con l’altro, provare in parte la sua emozione e desiderare di aiutarlo.
Per misurare la prima si usa spesso un test chiamato “leggere la mente negli occhi”: la persona guarda 36 foto della sola zona degli occhi e sceglie quale emozione esprimono. Per la seconda si usano di solito questionari sull’empatia o si osserva se la persona aiuta qualcuno.
I risultati: quanto conta leggere romanzi
Il dato complessivo
Mettendo insieme tutti i 14 risultati, leggere storie letterarie o prosociali si associa a un effetto medio di 0,23. È una misura standardizzata, cioè confrontabile tra studi che usano test diversi. Per convenzione, in psicologia 0,2 è considerato un effetto piccolo, 0,5 medio e 0,8 grande.
Per darti un’idea concreta: con un effetto di questa grandezza, se prendi a caso una persona che ha letto e una che non ha letto, la prima ha un punteggio di empatia più alto circa 56 volte su 100, invece di 50 su 100 come accadrebbe per puro caso. È una stima indicativa fatta da me sui dati dello studio, non un calcolo dell’autore. Quindi l’effetto è statisticamente presente ma modesto, e non trasforma nessuno da un giorno all’altro.

Capire gli altri o sentire con gli altri
Guardando i due tipi di empatia separatamente, i numeri cambiano un po’. Per l’empatia cognitiva e la teoria della mente l’effetto medio era 0,27, calcolato su 8 risultati. Per l’empatia emotiva e i comportamenti di aiuto era 0,19, su 6 risultati.
In altre parole, leggere sembra aiutare un po’ di più a capire gli altri che a sentire con loro. Attenzione però: la differenza tra i due valori non è statisticamente significativa, quindi non si può dire con sicurezza che sia reale.
Romanzi o storie con la morale
Anche il tipo di lettura ha dato risultati simili. La narrativa letteraria aveva un effetto medio di 0,24 su 11 risultati, mentre le letture a tema prosociale 0,20 su 3 risultati. Anche qui la differenza non è significativa. Inoltre i 3 risultati sulle storie con la morale vengono tutti da un solo studio, quindi su questo punto i dati sono ancora scarsi.
Uno studio su due trova un effetto
Oltre ai numeri della meta-analisi, l’autore ha classificato tutti i 21 studi della revisione in base a cosa avevano trovato:
- 10 studi su 21 hanno trovato un effetto positivo della lettura sull’empatia o sulla teoria della mente.
- 6 studi hanno trovato un effetto solo a certe condizioni, per esempio quando il lettore era molto immerso nella storia.
- 5 studi non hanno trovato effetti, oppure effetti molto deboli. Sono soprattutto le ripetizioni recenti, più grandi e più rigorose.
Inoltre 3 studi hanno usato la risonanza magnetica e 1 segnala un effetto non solo positivo (ne parliamo più avanti): non sono studi in più, ma studi già contati sopra, perché uno studio poteva rientrare in più gruppi.

Il caso Kidd e Castano: basta leggere romanzi per pochi minuti?
Per capire il quadro serve una piccola storia. Nel 2013 due ricercatori della New School di New York, l’americano David Comer Kidd e l’italiano Emanuele Castano, pubblicarono sulla rivista Science cinque esperimenti con circa 700 persone in tutto. I partecipanti leggevano per pochi minuti un brano di narrativa letteraria, di saggistica, di narrativa popolare oppure niente. Subito dopo, chi aveva letto narrativa letteraria otteneva risultati migliori nei test di teoria della mente.
Lo studio fece il giro del mondo. Negli anni successivi, però, altri gruppi hanno ripetuto l’esperimento con campioni più grandi e regole più rigide, decise prima di raccogliere i dati. Molte di queste ripetizioni hanno trovato effetti molto più piccoli o nulli, compresa una ripetizione degli stessi Kidd e Castano.
Secondo la revisione, la lezione è questa: è molto improbabile che una sola lettura breve produca un grande cambiamento. I primi studi, piccoli ed entusiasti, avevano probabilmente sovrastimato l’effetto. Quello che resta, mettendo insieme tutte le prove, è un effetto piccolo ma presente.
Quando leggere romanzi allena davvero l’empatia
Il risultato più utile della revisione riguarda le condizioni. Gli effetti non sono uguali per tutti e in tutte le situazioni. Al contrario, compaiono soprattutto quando si verificano alcune circostanze, che l’autore ricava dall’insieme degli studi.
- Il testo conta. Le storie con personaggi complessi e dilemmi morali impegnano di più la mente del lettore rispetto alle storie con personaggi piatti o alle letture puramente didattiche.
- L’immersione conta. Gli psicologi la chiamano “trasporto narrativo”: ti senti dentro la storia, assorbito dagli eventi. Chi è molto immerso mostra risposte empatiche più forti.
- L’immedesimazione conta. In uno studio americano su circa 300 persone, l’invito a immaginare se stessi al posto del personaggio aumentava la risposta empatica, ma solo in alcuni lettori.
- La riflessione conta. Le ricerche che uniscono la lettura a una discussione guidata, a domande sul personaggio o a una breve scrittura riflessiva trovano effetti più forti e costanti delle letture isolate.

C’è poi la questione del tempo. Gli studi sulle abitudini di lettura mostrano che chi legge narrativa da anni ha, in media, punteggi un po’ più alti nei test di teoria della mente, anche tenendo conto della personalità. Ciò fa pensare che l’effetto, se esiste, si accumuli lentamente. Tuttavia questo tipo di studi non può escludere che siano le persone già più empatiche a leggere di più.
Cosa succede nel cervello quando leggi
Tre studi della revisione hanno usato la risonanza magnetica funzionale, che mostra quali aree del cervello si attivano. Leggere storie coinvolge la cosiddetta rete della mentalizzazione, cioè le aree che usiamo per capire le menti degli altri, come la corteccia prefrontale mediale e la giunzione tra lobo temporale e parietale.
In uno di questi studi, chi leggeva più narrativa mostrava un’attivazione più forte di queste reti e otteneva risultati migliori nei test di teoria della mente. In un altro, i ricercatori hanno visto che lettori diversi usano strategie diverse: alcuni “ragionano” sulla mente del personaggio, altri ne simulano di più le sensazioni.
Sono dati interessanti, perché danno una spiegazione plausibile di come la lettura potrebbe allenare l’empatia. Detto questo, gli studi erano pochi e due su tre molto piccoli (meno di 30 persone), e non dimostrano che leggere cambi il cervello nel tempo.
Il lato meno luminoso dell’empatia
La revisione affronta anche un punto che spesso si dimentica: l’empatia non è sempre e solo positiva. Per esempio, uno degli studi con la risonanza magnetica ha visto che la risposta empatica era più forte verso persone del proprio gruppo che verso persone di altri gruppi. In altre parole, l’empatia può essere selettiva.
Inoltre sentire molto il dolore altrui può generare soprattutto disagio personale, e capire bene la mente degli altri è un’abilità che si può usare per aiutare ma anche per manipolare. Per questo l’autore invita a non confondere “più empatia” con “più gentilezza”. Leggere può allenare la capacità di capire gli altri, ma cosa ne fai dipende da te.
I limiti da conoscere
- Effetti piccoli: l’effetto medio è 0,23, quindi modesto. Non aspettarti cambiamenti spettacolari.
- Studi molto diversi tra loro: la variabilità tra i risultati era alta (l’85% della variazione dipendeva da differenze reali tra gli studi). Testi, test e persone cambiavano molto da uno studio all’altro.
- Esperimenti brevi: la maggior parte degli esperimenti misurava l’effetto subito dopo una sola lettura. Mancano studi lunghi su chi legge per mesi.
- Dati da prendere con cautela: alcuni dei 14 risultati misurano cose vicine all’empatia ma non identiche (per esempio credenze o immagine di sé), e i 3 risultati sulle letture prosociali vengono tutti da un unico studio.
- Studi osservazionali: quelli sulle abitudini di lettura mostrano associazioni, non rapporti di causa ed effetto.
- Pochi studi nel calcolo: solo 12 studi, con disegni diversi messi insieme. La revisione non era registrata in anticipo e ha un solo autore.
- Popolazioni poco varie: soprattutto studenti universitari di Paesi occidentali.
Un punto rassicurante: i test statistici non hanno trovato segni evidenti di distorsione dovuta alla pubblicazione dei soli risultati positivi. Tuttavia, con così pochi studi, questi test hanno poca potenza.
Cosa puoi fare da oggi per leggere romanzi in modo diverso
Lo studio non prescrive quanto leggere, ma indica con chiarezza come leggere. Ecco come tradurlo nella tua giornata.
Come scegliere i romanzi da leggere
Preferisci storie con personaggi complessi, che cambiano idea, sbagliano e non sono del tutto buoni o cattivi. Per esempio i racconti di Čechov o di Alice Munro, romanzi come “Anna Karenina” di Tolstoj o la serie “L’amica geniale” di Elena Ferrante. Sono solo esempi miei: vale qualsiasi libro che ti costringa a chiederti “perché ha fatto così?”.
Le cinque domande da farti mentre leggi
Alla fine di un capitolo fermati un minuto e prova a rispondere:
- Cosa pensa davvero questo personaggio, al di là di quello che dice?
- Cosa vuole e cosa teme?
- Cosa nasconde agli altri, o a se stesso?
- Cosa farei io al suo posto, e perché forse farei diversamente?
- Come lo vede un altro personaggio della storia?
È un esercizio simile a quelli che negli studi si associano agli effetti più chiari: mettersi attivamente nei panni dell’altro invece di scorrere la trama.
Leggere romanzi senza il telefono accanto
L’immersione è uno degli ingredienti principali, e le notifiche la interrompono di continuo. Lascia il telefono in un’altra stanza, o almeno in modalità silenziosa, quando leggi. Se vuoi capire quanto pesa lo schermo sulla tua attenzione, leggi anche l’articolo sul digital detox. Un consiglio pratico mio, non un dato dello studio: un momento fisso di 20 o 30 minuti, per esempio prima di dormire, aiuta a non perdere il filo.
Dopo l’ultima pagina: parlane o scrivine
La riflessione sembra rafforzare l’effetto. Quindi racconta il libro a qualcuno, entra in un gruppo di lettura oppure scrivi tre righe: cosa ha provato il personaggio nel momento più difficile, e cosa avresti provato tu.
Aspettative realistiche
Leggere romanzi non è una cura e non sostituisce le relazioni vere. È piuttosto una palestra: un luogo sicuro dove esercitarti a capire menti diverse dalla tua. Poi però l’empatia si allena soprattutto con le persone, ascoltando senza giudicare. Anche la pratica della presenza mentale può aiutare: se vuoi iniziare, ecco come imparare a meditare.
Riepilogo
- Una revisione sistematica del 2026 ha esaminato 21 studi su lettura ed empatia; 12 sono entrati nella meta-analisi.
- Leggere narrativa si associa a un effetto piccolo ma affidabile sull’empatia (0,23), un po’ più marcato per la capacità di capire gli altri (0,27).
- Circa uno studio su due trova un effetto; le ripetizioni più recenti e rigorose trovano effetti più piccoli o nulli.
- Una sola lettura breve raramente cambia qualcosa: contano testi complessi, immersione, immedesimazione e riflessione.
- Leggere storie attiva le aree del cervello che usiamo per capire gli altri, ma gli studi sono piccoli.
- L’empatia non è sempre positiva: può essere selettiva e va usata con consapevolezza.
Riferimenti
- Chang L. Empathy and perspective-taking in literary fiction: a systematic review and meta-analysis of psychological evidence and theoretical insights. Front Psychol. 2026;17:1865031. doi:10.3389/fpsyg.2026.1865031. PMID: 42856748.
- Kidd DC, Castano E. Reading literary fiction improves theory of mind. Science. 2013;342(6156):377-80. doi:10.1126/science.1239918. PMID: 24091705.
Conclusioni
Grazie di cuore per aver letto fino alla fine!
💬 Qual è il personaggio di un romanzo che ti ha fatto capire meglio una persona reale? E prima di oggi, ti eri mai fermato a chiederti cosa pensasse davvero un personaggio? Raccontamelo nei commenti qui sotto.
E se l’articolo ti è stato utile, condividilo con chi pensi possa trarne beneficio.
Questo articolo è stato preparato con il supporto dell'intelligenza artificiale a partire da studi scientifici selezionati e rivisti da Nicola Yoda.


Domande frequenti
In media sì, ma poco. Una meta-analisi del 2026 su 12 studi ha trovato un effetto piccolo ma affidabile (0,23), più chiaro sulla capacità di capire pensieri e intenzioni degli altri che sulla partecipazione emotiva.
Negli studi funzionano meglio le storie con personaggi complessi, motivazioni ambigue e dilemmi morali, tipiche della narrativa letteraria. Le storie con personaggi piatti o troppo didattiche impegnano meno la mente del lettore.
Lo studio non indica una dose. Gli esperimenti con una sola lettura breve trovano effetti piccoli o nulli, mentre chi legge narrativa da anni ha in media punteggi un po’ più alti. I dati fanno pensare che conti più l’abitudine nel tempo che una singola lettura, ma è un’ipotesi ancora da dimostrare.
L’empatia cognitiva è capire cosa pensa e prova un’altra persona; quella emotiva è sentire con lei la sua emozione. Leggere sembra aiutare un po’ di più la prima, anche se la differenza non è statisticamente certa.
Lo studio ha analizzato solo la lettura di testi scritti, quindi non può rispondere. È plausibile che conti soprattutto l’immersione nella storia, ma per ora non ci sono prove dirette.
Biologo nutrizionista e Personal Trainer specializzato in allenamento a corpo libero e calisthenics: la mia visione di salute consiste in un sistema che integra movimento, nutrizione e consapevolezza interiore.
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